Finalmente un libro che fa discutere. Anna Grandori ha proposto “10 tesi sull’impresa“.
Il caldo di quest’estate, che i meteorologi ci indicano come tra le più intense, può essere attenuato anche da idee nuove e fresche. Ho avuto modo di conoscere e apprezzare Anna nei miei ormai lontani anni in Università Bocconi. Questo libro non mi ha stupito, ma anzi è stata una conferma. Se vogliamo trovare per le imprese una loro raison d’etre in un futuro sempre più fluido e smart, dobbiamo adeguarci ai cambiamenti di contesto esterno e riconoscere nelle imprese precise finalità sociali. Per salvaguardare tale finalità è necessario pensare a modelli e soluzioni organizzative molto diverse da quelle attuali.
Qualcosa nelle teorie di management sta cambiando, ma è ancora troppo poco.
Così non può stupire che il modello di impresa proposto da Anna Grandori sia molto diverso da quello che vede nell’impresa una realtà finalizzata a creare valore prima di tutto per gli azionisti (Shareholder Value Approach).
Il modello proposto recupera alcuni modi di concepire l’impresa che da sempre sono colonne portanti del pensiero di alcuni economisti aziendali.
Come ci ricorda la stessa Grandori in una delle dieci tesi, “La responsabilità sociale di un’impresa non è un optional: almeno nel senso di responsabilità per eventuali conseguenze negative per la società più ampia, essa è una funzione fondamentale dell’impresa come istituzione, indipendentemente dagli obiettivi che essa persegue”. Inoltre ci suggerisce l’autrice che tutte le imprese dovrebbero essere democrazie. Lo stesso termine economia capitalistica sembrerebbe ormai anacronistico infatti, la tesi di fondo, comune alle 10 tesi, è che l’organizzazione dell’impresa non ha digerito la rivoluzione democratica, avvenuta nella società e nel diritto nel corso dl ‘900. L’impresa, nella pratica nonchè nelle teorie maggiormente applicate, quindi nell’immaginario collettivo, è rimasta nell’800.
Un’unica annotazione rispetto alle 10 tesi proposte da Grandori: sarei più cauto nel minimizzare il ruolo della dimensione economico-finanziaria nella gestione di un’azienda di qualsiasi ordine e grado essa sia, compresa l’azienda familiare. Nessuna istituzione, più o meno associativa, mantiene un’autonomia di funzionamento e un equilibrio con il suo ambiente esterno se gli impieghi di risorse finanziarie sono superiori alle proprie disponibilità di risorse finanziarie.
Questo libro come non mai ha suscitato un dibattito tra gli studiosi italiani. Tale dibattito ha trovato in parte spazio nelle pagine di Sviluppo & Organizzazione (n° 268 e 269) rivista di cui Gianni Rebora è Direttore Responsabile. E’ un buon segno!
In sintesi, suggerirei di riflettere sui numerosi spunti offerti da Anna Grandori guardando ad un passato più o meno recente e domandandosi: qual è il nostro modello di imprenditore da imitare: Adriano Olivetti o Warren Buffet?
Io propenderei per il primo e voi?
Scrivi un commento
Devi accedere, per commentare.