L’Università italiana sta tornando ad attrarre un po’ di attenzione. Languisce in un oblio preoccupante, che probabilmente porterà non solo a una scarsa produzione scientifica, ma anche ad avere ripercussioni su una difficoltà di ricambio del corpo docente (si veda la spietata fotografia che emerge nella pagina che il Corriere della sera del 2 marzo 2017 dedica all’ Università Italiana).
Inoltre se fossimo sinceri confesseremmo quanto sia difficile o addirittura impossibile fare ricerca in Italia. L’unica che tiene è quella che risponde agli interessi specifici del singolo ricercatore, anche se poi manca l’inserimento di queste attività in un più ampio disegno o nelle donazioni di qualche illuminato committente privato.
Ma la Ricerca è solo un’area delle attività svolte da chi lavora nelle Università. Le altre due macro aree sono quella della didattica e dell’assistenza agli studenti. E anche qui c’è chi eccelle e chi ha drammatici punti di debolezza.
Il nostro modo di interpretare questa situazione si rispecchia anche in alcune riflessioni proposte da Gianfranco Pacchioni il cui saggio Scienza Quo vadis?(Il Mulino Bologna 2017) viene suggerito come lettura per meditare da Giovanni Caprara nel suo “Troppe ricerche, poca qualità. E’ l’ora delle slow science”.
Sempre nel nostro modo di pensare la selezione la fa il mercato e sarà una “selezione naturale”, al di là dei processi formali di valutazione, dimostratisi purtroppo ampiamente lacunosi: si parametrizzano solo le pubblicazioni su riviste referate (ma chi le ha referate? Si noti che la pubblicazione di un articolo di management su Harvard Business Review per i valutatori della scienza italiana non è da considerare né un articolo né un titolo valido), per di più dando un’apparente priorità alla quantità più che alla qualità. Mentre con difficoltà si considera l’unico indicatore vero della validità scientifica di una proposta scientifica: l’impact factor. Questo indicatore va a misurare quanto un’idea o una scoperta abbiano cambiato il mondo, scatenando un’ondata di citazioni da colleghi scientist (che anche se non citano, non possono non considerare quel contributo) e di eventi (convegni/dibattiti) dove si discute di quanto proposto.
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