Dopo la fiction televisiva tutti vorrebbero poter dire ho un’amica geniale, ma non tutti lo possono fare poiché di gente geniale oggi non ce n’è molta in giro. Neanche dove dovrebbe esserci: nelle Università e nei centri di ricerca. Così ci si accontenta o si va alla ricerca senza darsi pace. Io sono stato fortunato. Dopo quarant’ anni di girovagare nei vari centri mi sono ricordato che una persona geniale l’avevo trovata e spero di poterla considerare ancora mia amica: Anna Grandori (ci siamo rivisti di recente in una riunione del Comitato Scientifico di Sviluppo & Organizzazione per il new deal della Rivista con il cambio di Editor, da Gianfranco. Rebora a Maurizio De Castri coadiuvato dalla mia seconda amica geniale: Chiara Morelli).
Sono tante le riflessioni che hanno dimostrato questa sua genialità: ha lavorato nell’area organizzazione della Sda-Bocconi nel mio stesso periodo e nella facoltà di questo stesso ateneo faceva parte della squadra guidata da Andrea Rugiadini. Tra i suoi libri ritengo utile ricordare L’organizzazione delle attività economiche (Il Mulino 1995). In questo lavoro i primi due capitoli presentano alcuni concetti di base sulla materia organizzativa e da essi ci si muove. “Si va dal semplice al complesso. Più precisamente essa suppone che le architetture organizzative più complicate debbano essere comprese e giustificate a partire dagli attori, dai loro problemi e preferenze, dal loro modello di comportamento” (Organizzazione del libro, pag.76). Ma ancor più stimolante mi è sembrato un suo librettino che proporrei come lettura obbligatoria a chi, a vario titolo, si occupa di organizzazione. Si tratta de 10 tesi sull’impresa. Contro i luoghi comuni dell’economia (Il Mulino, 2015). Le dieci tesi da centellinare sono (pp.19-20):
1. “L’impresa privata, per definizione, è qualcosa di proprietà di qualcuno”.
Se fosse così addio all’idea di impresa come “bene comune” che è invece il pensiero della scuola di economia aziendale cui apparteniamo;
2. “I proprietari sono coloro che acquistano le risorse, che investono capitale finanziario che permette di acquistare le risorse tecniche per condurre le attività”.
Le imprese non vivono di solo capitale tecnico;
3. “Se un’impresa è privata, la proprietà può farne ciò che vuole”;
4. “Ciò che la proprietà vuole, e quindi lo scopo dell’impresa privata è il profitto o il valore per i proprietari”; da Peter Drucker in poi un’impostazione che si è diffusa è che il profitto è un mezzo senza il quale le imprese non generano risorse finanziarie da reinvestire ed è per questo che il mezzo può anche diventare un obiettivo per poter crescere;
5. “Se un’impresa non perseguisse obiettivi di profitto non sopravviverebbe in un’economia di mercato”; esiste solo un profitto minimo di sussistenza, che è quello dell’imprese pubbliche: che i ricavi siano almeno pari ai costi;
6. “è un bene che gli obiettivi di tutti coloro che lavorano in una stessa impresa siano allineati”; questo è meglio ma si devono definire gli obiettivi di una strategia attenta, oggi si direbbe, alle tre P: profit, planet e people con un loro bilanciamento differenziato da impresa ad impresa con riferimento agli interlocutori “stakeholders”;
7. L’organizzazione dell’impresa privata è una gerarchia basata sull’autorità”; per fortuna il modello sta volgendo verso un capitalismo democratico per non dire addirittura partecipativo; di certo si sta andando verso una centralità delle persone;
8. “L’organizzazione del lavoro dell’impresa privata è (perciò) regolata da contratti di lavoro dipendente o subordinato – tra i quali quelli meno tutelati dal recesso sono più flessibili”. Con l’avvento di una classe di lavoratori nuova, quella dei knowledge worker, dovranno cambiare anche le formule contrattuali;
9. “La democrazia nell’impresa privata si limita (quindi) a forme di collaborazione, partecipazione o co-gestione in qualcosa di altro da sé (l’unico esempio democratico è la società cooperativa)”; avendo lavorato con alcune imprese del mondo cooperativo posso affermare che il modello oggi si va diffondendo anche grazie, in Italia, alle società Benefit (all’estero c’è un modello simile, quello delle B Corp);
10. “La responsabilità sociale dell’impresa privata si limita (quindi) a un’opzione volontaria di adozione di scopi sociali. A fianco e a bilanciamento degli scopi di profitto”; questa non è più una deriva lasciata al caso ma una richiesta che viene da una Società Civile sempre più sensibile al nuovo ruolo dell’impresa; si sta andando verso un’impresa responsabile; vecchi eccessi e scimmiette che chiudono occhi, orecchi e bocca stanno progressivamente scomparendo; ricordiamoci che prima della loro scomparsa probabilmente avremo un virulento ritorno al passato così come è successo per il sovranismo e con Trump.
Tutte tesi di ancora estrema attualità. E per ognuna di queste 10 tesi non sono stato capace di non indicare la mia opinione. Quindi troverete accanto alle parole dell’autrice brevi spunti per un contraddittorio serio con chi pensa che questi dieci luoghi comuni siano ancora validi. Mi associo ad Anna Grandori quando afferma: “Questi dieci ”luoghi” sono “comuni”, ma tutti “falsi”“ (pag.21). Le pagine restanti del suo lavoro lo dimostrano con obiezioni logiche e legate alle pratiche meno “retrò” di molte aziende. Negli ultimi anni, dopo il Covid, la moda della sostenibilità è stata utile per diffondere almeno alcune delle nuove idee. Detto questo vorrei che non si dimenticasse tra i suoi contributi una sintetica pagina, in una delle raccolte di Sviluppo & Organizzazione, quella dedicata (Raccolta n.17) a Le organizzazioni che apprendono, (raccolta curata da Angelo Fanelli) dal titolo che incuriosisce “Organizzazioni che apprendono o organizzazione dell’apprendimento?”.
Questa “finestra” accompagnava un articolo dell’irlandese Thomas Garavan (L’organizzazione che apprende, pubblicato su Sv.Org. n.168, Luglio Agosto 1998) dove l’autore svolgeva un’analisi critica sull’evoluzione della letteratura dedicata alla learning organization. Tre aspetti delicati, secondo Anna Grandori, erano all’epoca “senza risposte”, per un tema più che mai attuale anche in considerazione delle dinamiche di ambiente esterno e delle complessità aziendali:
1. Il rapporto che esiste tra conoscenze e apprendimento delle persone e i patrimoni intangibili,
come trasferire dai singoli agli asset;
2. L’apprendimento come attivazione di un processo culturalmente affascinante non ha ancora strumenti per superare le barriere e gli interessi di chi non desidera che quel cambiamento, formalizzandosi, diventi uno squilibrio nei rapporti di potere; di recente mi è capitato in un’importante Finanziaria Regionale di attivare un “Knowledge systems”, il che ha voluto dire per qualcuno dei professional di quella realtà accettare di portare a sistema e quindi cedere del Know how personale; si sono dovuti convincere dell’utilità dell’approccio in una logica di valorizzazione dei progetti sino a quel momento realizzati e di ricaduta sulle imprese oggetto dei progetti; ma giusto per far capire quanto poca propensione ci sia a muoversi in questa direzione io stesso non preparavo mai le slide delle mie lezioni, delle quali non rimaneva traccia né a me né alle persone che seguivano tali lezioni. C’è voluto del tempo per convincermi della loro utilità, anche se inizialmente avevo adottato il metodo del maestro di “Non è mai troppo tardi”. Scrivevo in diretta in aula, utilizzando la lavagna luminosa. Con le presentazioni in Power Point la tecnologia oggi mi costringe a preparare sistematicamente le slide, che diventano patrimonio comune;
3. Si tratta di capire quanto le soluzioni organizzative che sembrano favorevoli all’apprendimento, aperte e decentrate, siano soluzioni veramente favorevoli all’apprendimento. Tornando al mio esempio, le slide elaborate in diretta, mi è sempre stato sottolineato, favorivano l’apprendimento: si scriveva e commentava insieme, con ritmi molto più sincronici. Comunque la cessione/condivisione di knowledge solitamente induce l’individuo a sviluppare, a livello personale, nuova conoscenza.
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