Un proverbio popolare, con radici bibliche e poi filosofiche, ammonisce: “beata ignoranza”. Ed è proprio così per molte persone che fanno parte dell’ampio gruppo che può essere chiamato management italiano. Tale gruppo ricomprende sia il top management che il middle che il management di first-level di tutte le nostre aziende ed organizzazioni, in visione più ampia. Questa fetta della popolazione italiana, conoscendo solo poche delle proposte formulate dalla letteratura di management statunitense in primis e poi di quella giapponese ed europea (Germania, Francia e Inghilterra), non si è trovata intrappolata da ”regole” che si sono poi rivelate nei fatti o delle mode passeggere o addirittura pericolose nelle loro applicazioni. Tuttavia di queste teorie qualcosa nelle menti del management italiano c’è poiché sulla fine degli anni Cinquanta (l’economia italiana stava decollando), anche su stimolo di grandi imprese o aggregati di imprese (partecipazioni statali), nacquero e si affermarono alcune Business School Italiane. Ne ricordiamo le principali, ordinate in base alla data di loro costituzione/operatività (quelle nate prima del 1990):

In base a questo elenco potrebbe apparire che la nostra storia in materia di teorie di management sia abbastanza ricca e quasi al pari di quella di altri Paesi europei, ma poi ci si deve render conto che la Germania prima e gli Stati Uniti poi ci hanno preceduto di mezzo secolo e più. Le cronologie di nascita delle principali Business occidentali sono infatti le seguenti:

Purtroppo non è così, poiché nelle nostre Business School abbiamo spesso solo “importato”, senza neanche particolari adattamenti, le teorie anglosassoni e non ci siamo preoccupati di elaborare casi history aziendali e proposte originali, che fossero frutto di ricerche sul campo. Per fortuna in molti casi i docenti delle nostre Business School svolgevano anche attività di consulenza e in tal modo disponevano di concrete “prassi aziendali” italiane sulle quali riflettere.

Inoltre, benché alcune grandi imprese avessero seguito l’esempio di Olivetti, che con Elea aveva creato anche una sua Business School aziendale, si era rimasti molto dipendenti dalle Busienss School estere. Tra queste Fiat con Isvor, caratterizzata dalla presenza di molti docenti di prestigio esteri. Solo Pirelli, sotto la guida di Gavino Manca, seguì l’esempio di Olivetti e addirittura avviò una serie di Quaderni di formazione, firmati da studiosi di management italiani. La pubblicazione venne avviata nel dicembre 1971 e vide come autore del primo Quaderno Alberto Pirelli. Il titolo scelto fu Pensieri e considerazioni. La collana venne sospesa solo venticinque anni dopo, con il numero 79 nel 1996. Ma alimentò il pensiero dei tre livelli di percorsi formazione manageriale. L’entry level per i neoassunti, il Corso sviluppo della capacità gestionali e quello di sviluppo della Capacità direzionali con l’evolversi della carriera manageriale dei singoli manager alla quale ho avuto il piacere di partecipare in qualità di docente. La Pirelli ha così costituito, insieme ad Olivetti, un’importante palestra per i manager italiani.

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