Anche nella letteratura di economia e management c’è qualche autore che propone dei “divertissement”: temi seri trattati in modo “simpatico” e “diverso. Ovviamente qualcuno ci riesce di più qualcuno di meno. Mi piace quindi sottoporre alla vostra attenzione almeno inizialmente questi tre lavori: Roberto Vaccani (a cura di) C’era una volta,,,favole da manager (Olivares, 1987). Fu una sua idea e catturò il contributo di molti tra manager, docenti della Sda-Bocconi e consulenti direzione.

Il titolo faceva sognare e faceva qualcosa di non serio, ma poi la presentazione di Claudio Demattè e la postfazione di Pasquale Gagliardi (Istud) facevano capire quanto queste favole avessero contenuti tratti dalla quotidianità di molti manager, inventori e propositori di tali favole. C’era Pierluigi Celli con due fiabe: La voce perduta e La conquista della piazzetta e Gianfilippo Cuneo (McKinsey) con Il furbo contadino e docenti come Severino Salvemini con L’ascesa nell’universo cosmico, ovvero: “carriera, cooptazione e conflitti di ruolo e Fiabe docenti di Management e creatività, ma con Exodus c’è anche il contributo di un docente californiano, Henry Tosi, cui siamo, sul piano professionale, simpaticamente legati. È lui che ha fatto crescere uno dei miei primi collaboratori in Università Bocconi, Massimo Pilati. Con lui ha scritto il libro Comportamento organizzativo (Egea, 2° Edizione 2008). Una trentina di favole in tutto per smitizzare e sdrammatizzare alcuni contenuti del management che, come sottolinea Demattè nella presentazione: “in passato sono state trascurate o perfino contestate e che invece hanno goduto in questi ultimi anni un’attenzione spesso eccessiva e non di rado frivola”.

Un libro che nasce da un’autoselezione e autocandidatura, con un po’ di voglia di trasgressione. Ne è risultato un lavoro collegiale dove Roberto Vaccani sintetizza così la caratteristica:principale: è stato “un viaggio dove il gusto di viaggiare supera di gran lunga quello di arrivare”. Il secondo libro è di Federico Rampini. Corrispondente estero per alcune testate giornalistiche italiane, con All you Need is Love (Mondadori, 2014) ci spiega e critica alcuni fenomeni dell’economia internazionale utilizzando il titolo e i contenuti di alcune canzoni dei Beatles. Si muove da Strawberry Field Forever, dove una frase calza a pennello secondo l’autore per descrivere l’atteggiamento degli economisti all’epoca che non seppero prima intuire e poi evitare la crisi finanziaria dell’ottobre 2008: “vivere è facile con gli occhi chiusi e fraintendendo ciò che vedi”.

Per poi passare a When I’m sixty-four “che anticipa -come ci ricorda lucidamente Rampini- la crisi del Welfare State da shock demografico. E per ricordarci del problema dell’immigrazione c’è la famosa Get Back. Infine tra, i vari altri pezzi, c’è Yesterday che con il tema della nostalgia ci costringe ad affrontare alcune domande esistenziali: siamo sicuri che si stesse meglio “ieri”? Prima dell’euro, prima della globalizzazione, prima di Internet? Qualcuno si diverte scrivendo anche di libri che, come affermerebbe Borges, sono già stati scritti e alimenta in tal modo le sue manie bibliofile. Tra questi autori c’è sicuramente Dioguardi. Ma per alcuni suoi lavori c’è anche Italo Calvino, che nobilita la categoria dei bibliofili (lo testimonia Il libro dei risvolti, Mondadori 2003). Non mi devo quindi rinnegare se anch’io amo collezionare, leggere e citare libri, e non solo di management.

Con alcuni suoi lavori, Dioguardi ci traferisce il gusto di scoprire cosa ci suggeriscono Del furore d’aver libri e de le Incidenze e coincidenze (Sellerio, 1990), così come altri suoi libri. Ci aiutano a compilare “un suo catalogo di pensieri di lettura, e di lettura dei pensieri, un diario di viaggio in libri inesplorati” che ci aiutano a riportare nella pratica aziendale idee maturate in altri contesti. Così in Incidenze e coincidenze non c’è solo una rilettura di Henry Fayol, uno dei padri del management di inizio XX, secolo di cui abbiamo già scritto, ma viene ripreso il pensiero di Claude Bernard, epistemologo della medicina e Aleksander Bogdanov, l’inventore della Tectologia.

Claude Bernard (1813-1878) ha riportato in medicina le condizioni sotto le quali, per la filosofia, si possa sviluppare conoscenza scientifica e dei metodi per raggiungere tale conoscenza. Per questo è considerato il fondatore della medicina sperimentale e della fisiologia moderna. Nel suo capolavoro, Introduction à l’étude de la médecine expérimentale (1865), ha definito il metodo scientifico basato su osservazione, ipotesi ed esperimento, introducendo concetti chiave come il mezzo interno e l’omeostasi. Punti chiave del contributo di Claude Bernard, secondo AI google sono:

-Metodo Sperimentale: Ha trasformato la medicina da disciplina empirica a scienza rigorosa, sostenendo che le malattie possono essere comprese attraverso l’analisi delle condizioni necessarie per la loro manifestazione.

-Mezzo Interno (Milieu Intérieur): Ha teorizzato che la stabilità dell’ambiente interno (sangue, linfa) è fondamentale per la vita libera e indipendente degli organismi complessi, ponendo le basi della biologia moderna.

-Scoperte Fisiologiche: Ha effettuato studi fondamentali sulla funzione glicogenica del fegato, il ruolo del pancreas nella digestione e l’azione dei veleni (come il curaro) sul sistema nervoso.

-Approccio Razionale: Bernard ha insistito sulla necessità di un “razionalismo sperimentale”, dove l’osservazione dei fenomeni viventi è guidata da ipotesi precise.

Il suo approccio ha unificato fisiologia, patologia e farmacologia, rendendolo una figura cardine nella storia della medicina. Recuperare la Tectologia aiuta invece a ricordarsi che è stata come la “scienza universale dell’organizzazione”, che mira a unificare tutte le scienze sociali, biologiche e fisiche attraverso principi organizzativi comuni, studiando come le strutture si formano, si mantengono e si disgregano. È uno stile che un po’ mi appartiene quando, ad esempio, parlando di budget e di complessità, andavo a recuperare e prospettavo i suggerimenti del sociologo francese Edgar Morin. Cercavo di proporre un ambito nuovo di applicazioni di determinati concetti che mi sembravano in generale validi. Ma lo sforzo intellettuale di trasposizione, in alcuni casi, era minimo. Sottolineava lo stesso Morin che in presenza di elevata complessità è fondamentale: a) “essere come lo spirito della valle”, che raccoglie tutte le acque che si riversano in essa; b) essere capaci di “riapprendere ad apprendere; c) avere una strategia chiara, esplicita, e da cambiare solo in situazioni di estrema incoerenza con l’ambiente esterno.

Ma anche alcuni richiami a Fromm (avere o essere) o ad Abbagnano (il futuro non sempre è imprevedibile) o a Domenico De Masi (l’emozione e la regola) mi sono serviti ad alzare, almeno un pochettino, il tono da manuale prettamente tecnico di quel libro. Spero che anche i contributi segnalati in questo post catturino il vostro interesse e resto in attesa di vostre segnalazioni poiché uno dei prossimi tre libri-divertissement potrebbe essere Il metodo anti-stronzi. Come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo e ce lo propone, con toni seri, il professor Robert Sutton di Stanford.

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