Ringrazio l’editore Angelo Guerini che dall’inizio degli anni Ottanta, quando era ancora in Unicopli ma seguito e facilitato nel realizzare a livello editoriale idee un po’ diverse da quelle suggerite dalla “normalità accademica”. Così ha dato anche spazio ad autori “scartati” da altri editori o molto originali nelle loro proposte. Quello che desidero segnalare è uno di quei lavori il cui difetto è di essere troppo originali.

È stata una piacevole sorpresa l’arrivo sulla mia scrivania del Manuale di edutainment di Iader Giraldi (2019), dal sottotitolo stimolante Perché l’apprendimento divertente crea organizzazioni intelligenti. Iader Giraldi eclettico e poliedrico autore del volume ci trasferisce alcune idee da capire anche nella loro reale portata pratica. Il termine Edutainment viene proposto negli anni ’70 da Bob Heyman, documentarista del National Geographic. È una “fusione” (oggi vanno di moda) dei termini inglesi education (educazione) e entertainment (intrattenimento). L’AI (Google AI) ci aiuta ancor di più a ricordare (anche se l’informazione è da verificare che il concetto sia molto più antico: già Platone sembra ne discutesse ne discuteva), il termine è stato reso famoso. La curiosità diventava grande sia per capire in cosa consistesse l’approccio sia quali fossero le conseguenze organizzative di chi, più o meno consciamente, lo utilizzasse.

Con soddisfazione, leggendo questo suo lavoro, ho capito la lunga e piacevole esperienza lavorativa vissuta in Sda Bocconi dal 1978 alla fine degli anni Novanta: ero veramente finito, a mia insaputa, in un’organizzazione che “giocava” e si divertiva a fare. Era una Edutainment Company. Il clima organizzativo era piacevole e buttava sul ridere anche aspetti critici come gli impatti della rapidissima crescita sulle strutture: uffici ed aule per l’executive education, numericamente insufficienti, anche quando inseguendo le esigenze si rese disponibile la nuova sede in Via Bocconi, 8.

Spesso si sfioravano situazioni da commedia dell’arte, senza copione e recitando a soggetto. Ognuno era libero di proporre temi per iniziative formative, creativi e innovativi. A livello di iniziative di executive education ebbi l’occasione di proporre nel 1978, pochi mesi dopo il mio ingresso in Sda: 4 Corsi per non specialisti dell’area amministrazione e controllo, ancora oggi gettonatissimi: far capire la dimensione eco-fin della gestione, dalla lettura del bilancio al budget. Dato il successo dei corsi, a questi feci seguire la proposta di ampliare durata e contenuti del Corso Biennale serale, di cui ero diventato coordinatore, per farlo diventare un Executive Master in Business Administration; la progettazione e realizzazione dei Corsi per specialisti del planning & control, sotto l’etichetta “Aree critiche e controllo di gestione”; per concludere all’inizio degli anni novanta con il lancio e la realizzazione della prima edizione del General Management Program (Gmp), un corso organizzato non più per aree funzionali, ma per temi ondata.

In questi corsi oltre alle slides, peraltro curate anche con immagini che rendessero visivo il messaggio scritto, si ricorreva a role playing, esercizi e giochi outdoor, business game. Tutte proposte più o meno ludiche che, con particolare efficacia, Giraldi presenta accanto anche ad ulteriori proposte. Si suggerisce cosa significhi fare gamification, come e perché utilizzare delle simulazioni e il ruolo che l’idea di labirinto e di come uscirne possa avere nei processi di management. Inoltre, alcuni capitoli sono caratterizzati da dei QRcode che forniscono materiali multimediali a completamento dei singoli temi.

Un capitolo, il 18°, a mio avviso impreziosisce l’intero percorso proposto dall’autore: già il titolo, il “camminar m’è dolce”, con il richiamo a Giacomo Leopardi ne anticipa i contenuti: si tratta di progettare un percorso e di trovare le proposte per rendere il viaggio, la camminata la più piacevole possibile. Questo faciliterà l’apprendimento. Il libro si chiude con un saggio di Alberto De Toni Il peccato originale del management che suggerisce come per quest’ultimo siano possibili e necessari dei percorsi spirituali. Per evidenziare l’elemento positivo caratterizzante di questo libro, mi piace ed è sufficiente ricordare le parole con le quali l’autore conclude la prefazione.

“Sono nato in Romagna, gioco ogni giorno con la vita, prendo sul serio ogni cosa che mi viene chiesto di fare, ho vissuto con le lenti rosa e non riesco a toglierle neanche nei momenti più bui. Credo che se il mondo avesse questo filtro tutto potrebbe diventare più interessante. È molto semplice. In questo libro provo a raccontarlo”.

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