E’ ora di riscoprire l’importanza del Valore Aggiunto
In un periodo in cui si è alla ricerca di nuove misure per valutare le performance aziendali, è ora di riscoprire una “vecchia” misura che può essere particolarmente utile: il valore aggiunto.
Questa grandezza è facile da calcolare: è la differenza tra i ricavi di vendita e tutti i costi relativi a beni e servizi acquisiti all’esterno. Inoltre è una grandezza trasversale significativa in qualsiasi tipologia d’impresa, dalle imprese manifatturiere a quelle di servizi.
Una nuova rilevanza poichè, anche se non tutti se ne sono accorti, questa misura dà evidenza ai risultati che molte imprese, talvolta anche in modo inconsapevole, stanno conseguendo avendo acquisito ed investito in risorse e patrimoni intangibili. L’ insieme di questi investimenti costituisce quello che con terminologia più ampia viene spesso definito il capitale intellettuale dell’impresa. Purtroppo questo capitale non si vede a bilancio nell’attivo di Stato Patrimoniale. Così molti che lo hanno costruito nel tempo, non sanno di averlo e soprattutto non ne conoscono la consistenza. Quest’ultima è di difficile quantificazione. Ciò non toglie che stia diventando esiziale farlo emergere, ove esista in quanto fattore competitivo rilevante.
Ed ecco che il valore aggiunto ci può aiutare: è la risultante dell’efficacia con la quale si è investito, nel tempo, in capitale intellettuale.
Quanto maggiore è il valore aggiunto in percentuale sui ricavi tanto più un’impresa sta mettendo intelligenza in quello che fa. Così se il valore aggiunto è stato un po’ dimenticato in questi ultimi anni a favore di altri indicatori a contenuto informativo finanziario maggiore, come ad esempio l’Ebitda (Earning Before, Taxes Interest, amortitation e depreciation). Oggi è venuto il momento di riscoprirlo. E’ una misura troppo significativa: non solo evidenzia il contenuto di ”intelligenza” che caratterizza l’offerta di un’impresa (prodotti più servizi), ma l’apprezzamento dei clienti per la proposta fatta.
E’ quindi un indicatore indiretto e di sintesi dell’utilizzo e della valorizzazione che si fa del capitale intellettuale. Così si può sottolineare che se il valore aggiunto supera il 45% dei ricavi, l’impresa è sicuramente intellectual intensive.
Fra l’altro questa grandezza può essere abbinata ad altre ed aiutare a capire la road strategy seguita. Se infatti si rapporta il valore aggiunto al costo del personale si ottiene un indicatore di efficacia nella valorizzazione strategica delle persone. In alcuni business questo indicatore è alto, in altri si abbassa pericolosamente sino a far cadere un’impresa in quella che può essere chiamata la trappola, spesso mortale, delle commodities (si veda Figura 1). Se l’indicatore è basso la trappola scatta. Si riesce a sottrarsi da essa solo differenziando e aggiungendo nuovi prodotti/servizi che creino valore per il cliente.
Questo rapporto può essere incrociato in una road map con i Ricavi rapportati sempre con il costo del personale e questo consente di capire la produttività del personale (si veda Figura 1). Ne scaturiscono dei percorsi che l’impresa può aver intrapreso nel tempo. Chi nel tempo riesce a valorizzare su entrambe le dimensioni il personale raggiunge performance di assoluto rilievo economico. E’ questo il percorso che le performance dell’impresa esaminata riesce a realizzare: si passa dapprima da una combinazione valore aggiunto su costo del personale basso/ricavi su costo del personale bassi, alla posizionamento in B grazie ad un aumento del valore aggiunto al quale segue, in un momento successivo, un aumento anche della produttività del personale. Il posizionamento finale C alla fine del quinto anno è tra quelli ottimali (Figura 1). Si sarebbe potuto tentare un passaggio più rapido, ma di difficile realizzazione: efficacia ed efficienza insieme sono sempre difficili da perseguire. Certo se c’è intelligenza in quanto viene proposto e la si riesce ad inserire anche nel modo con cui vengono confezionate le offerte ai clienti il risultato è sicuramente positivo.

L’intelligenza per produrre risultati va messa in azione, sia in quello che si offre sia nei processi che per offrirlo. Si noti che la scelta al denominatore del costo del personale anziché del numero dei dipendenti è che, a parità di numero di persone, i costi possono essere da azienda ad azienda profondamente diversi. Normalmente nelle imprese il lavoro a contenuto intellettuale viene remunerato di più di quello meramente operativo, quello dove ciò che conta sono le “braccia” più che la “testa”. Forse non sempre è così, ma si tratta di storture del sistema. Basta osservare quello che succede nel mondo della scuola e dell’Università o, più in generale, in tutto il comparto della Pubblica Amministrazione italiana.
C’è solo da ricordare che altri studiosi stanno riscoprendo il valore aggiunto. Tra questi C. Hofer che suggerisce di rapportare il valore aggiunto al reddito netto e determinare il Rova (Return on value added, come rapporto tra Reddito netto/Valore Aggiunto)[1]. Quanto è più alto questo indicatore in percentuale, tanto più l’impresa sta valorizzando tutte le risorse utilizzate per mettere a punto la sua value proposition.
Perché cercare nuovi indicatori quando quelli tradizionali dimostrano di essere nonostante tutto efficaci ?
[1] Si veda il lavoro di Charles Hofer
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